Da scatola a status symbol
Una volta il packaging prendeva in prestito il linguaggio della moda. Ora succede il contrario: è la moda che si veste da packaging.
Come abbiamo scritto più volte, l’innovazione sostenibile è uno dei driver dell’industria del packaging. Le aziende fanno a gara per mostrarsi impegnate a ridurre l’impatto ambientale per venire incontro alle aspettative dei consumatori che sono sempre più esigenti da questo punto di vista.
Laddove non fosse possibile ridurre gli imballaggi, gli utenti si aspettano che essi siano realizzati con materiali e processi 100% sostenibili. Ma cosa significa effettivamente la parola “sostenibile” quando è associata al packaging?
Un sondaggio condotto da Smart Energy GB ha rivelato che un quarto della popolazione nel Regno Unito utilizza questo termine senza conoscerne realmente il significato.
Cosa significa la parola “sostenibile” quando associata al packaging?
A fare chiarezza è un articolo di Packaging Gateway scritto da Zuzanna Mazurek, Head of Sustainability di Packhelp, piattaforma per la creazione e vendita online di imballaggi.

Mazurek distingue tra imballaggi biodegradabili, in plastica riciclata, compostabili, riutilizzabili e “ethically sourced” che potremmo tradurre con prodotti eticamente.
Il termine biodegradabile è ampiamente utilizzato per indicare qualsiasi materiale che si decompone naturalmente. Ma materiali diversi hanno tempi di biodegradazione diversi/ Se alcuni, come la carta, impiegano solo una o due settimane, altri possono richiedere anni e una serie di circostanze specifiche per decomporsi.
Mazurek distingue tra imballaggi biodegradabili, riciclabili, compostabili, riutilizzabili e “ethically sourced”
La creazione di imballaggi provenienti da plastica riciclata è un bene in teoria, ma in pratica la qualità della plastica si degrada a ogni riutilizzo. Inoltre, in ogni packaging realizzato in questo modo si trova comunque una percentuale di plastica “vergine” necessaria a renderlo redditizio.
Gli imballaggi compostabili si decompongono in modo simile a quelli biodegradabili, ma richiedono l’intervento umano per farlo. Alcuni sono adatti al compostaggio domestico, altri necessitano di impianti industriali dalle temperature elevate.
Le confezioni recuperate sono fatte apposta per risultare più resistenti e poter essere utilizzate in più occasioni; possono essere economicamente vantaggiose, ma richiedono investimenti tempestivi e un’infrastruttura adeguata. Infine, i pack “ethically sourced”, cioè prodotti in maniera responsabile in ogni fase del processo.

Mazurek prosegue elencando alcuni “falsi miti” che circolano sul packaging sostenibile e che sono una delle principali ragioni per cui alcune aziende continuano a essere un po’ incerte sul da farsi.
Primo: gli imballaggi sostenibili sono più costosi. Sebbene in alcuni casi i materiali sostenibili possano avere un prezzo maggiore, sul lungo periodo garantiscono un maggior risparmio. Spesso sono più leggeri e meno ingombranti, dunque più semplici da trasportare.
Secondo: gli imballaggi sostenibili sono più noiosi. Mazurek cita il caso della Clever Little Bag progettata da Puma nel 2010 per ridurre il consumo di acqua, energia e gasolio del marchio di oltre il 60% l’anno. Ma di esempi se ne potrebbero fare a centinaia.

Esistono chiaramente alcuni contro relativi agli imballaggi sostenibili. Secondo Mazurek, il principale svantaggio è che si tratta di un cammino molto lungo, i cui risultati non sono sempre misurabili sul breve periodo e che richiede investimenti e risorse. Ma data la sempre maggiore consapevolezza dei consumatori e le normative sempre più stringenti, non adattarsi al cambiamento è inevitabile.
Una volta il packaging prendeva in prestito il linguaggio della moda. Ora succede il contrario: è la moda che si veste da packaging.
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