Quando il difetto diventa pregio
I brand che hanno trasformato piccoli difetti funzionali in elementi distintivi capaci di creare rituali e riconoscibilità.
La dimensione di alcuni pack può avere conseguenze sulla salute? La risposta è sì secondo un report pubblicato a dicembre da AJPH, testata online dell’American Publich Health Association.
Nell’articolo, Lisa Young e Marion Nestle, entrambe PhD e research leader di AJPH, evidenziano come la produzione di confezioni extra-large per snack, bevande e alimenti ultra-lavorati rientri tra le principali cause dell’aumento del tasso di obesità negli Stati Uniti.

Secondo le due ricercatrici, il motivo per cui esistono confezioni maxi è riconducibile al fatto che in America gli ingredienti di base costano poco. Grazie soprattutto ai sussidi statali, le aziende possono permettersi di aumentare la quantità di prodotto, a fronte di un aumento del prezzo davvero marginale.
Il problema è che così si incoraggiano i consumatori a mangiare sempre più in maniera compulsiva.
Le aziende possono permettersi di aumentare la quantità di prodotto all’interno delle confezioni, a fronte di un aumento di prezzo irrisorio.
In un precedente studio, i ricercatori Samara Joy Nielsen e Barry M. Popkin, ricercatori dell’Università del North Carolina hanno esposto la teoria della distorsione della porzione.
Le porzioni sovradimensionate di cibo attirano le persone perché avvalorano l’idea secondo la quale ottenere più cibo per meno soldi è una cosa buona. Questo può indurre a mangiare ben oltre il punto di sazietà e adottare un comportamento alimentare sregolato.
Il fenomeno ovviamente non riguarda soltanto gli Stati Uniti, ma è facile fare un rapido confronto con le confezioni di altri Paesi per rendersi conto dell’entità del problema. In Inghilterra, la porzione large di Coca-Cola venduta da McDonald’s ha una capienza di 500 ml, quella americana di 946 ml.

Il Center for Desease Control and Prevention ha rivelato lo scorso anno che il tasso di obesità in America è aumentato in maniera esponenziale dal 1999 al 2018. In questo scenario, Young e Nestle hanno incrociato i dati relativi ai tassi di consumo di zucchero, soda e materie prima raffinate, ed è risultato che a farne le spese sono soprattutto le comunità a basso reddito.
Queste ultime infatti consumano maggiormente confezioni sovradimensionate di snack e bevande, complici anche la condizione socioeconomica e il contesto in cui vivono.
Secondo il rapporto di AJPH bisognerebbe agire con politiche che introducano incentivi sui prezzi di vendita dei formati monodose, ma per il momento non esiste nessuna proposta concreta.

Al momento, per contrastare l’obesità, secondo Young, non resta che provare a promuovere uno stile di alimentazione più salutare, invitando i consumatori a moderarsi, al momento dell’acquisto.
I brand che hanno trasformato piccoli difetti funzionali in elementi distintivi capaci di creare rituali e riconoscibilità.
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